Le avventure-disavventure erotiche e sentimentali del Presidente del Consiglio occupano da mesi le pagine di giornali e tv, nazionali ed esteri, a partire dalla vicenda madre: quella di Casoria e della festa di compleanno di Noemi Letizia, affiancata dal ‘caso’ delle veline e attricette convocate per un corso ad hoc che avrebbe dovuto ‘abilitarle’ candidate alle elezioni europee. Da allora è stato un susseguirsi di foto, registrazioni, notizie di indagini, interviste alle protagoniste delle feste di palazzo Grazioli e villa Certosa. Accompagnate da un silenzio pressoché assoluto delle tv, sia private che pubbliche, e delle istituzioni che ci rappresentano . Un silenzio che offende e umilia tutte le donne italiane che non si riconoscono nel ‘modello unico’ che queste vicende propongono, o meglio impongono: la classica donna oggetto, nata e cresciuta per compiacere l’uomo, specie se potente, cooptata ai livelli più alti della rappresentanza politica non per competenze specifiche o capacità, ma per il bell’aspetto e l’arrendevolezza. Un modello che ci umilia perché, investendo le più alte cariche, offre al mondo intero un’immagine della donna italiana che è assolutamente al di fuori della realtà che noi tutte viviamo ogni giorno. Una dura realtà fatta di lavoro, di cure parentali e familiari, di figli da crescere; tanto più difficile da mettere insieme e conciliare in tutte le sue sfaccettature considerando l’arretratezza vergognosa o la pressoché totale assenza dei servizi essenziali: dagli asili nido al tempo pieno nella scuola fino ai servizi di assistenza agli anziani non autonomi. Poche voci si sono levate contro questo machismo casareccio che sembra avere il tacito consenso di buona parte del Paese: le docenti universitarie che firmarono l’invito alle first lady del G8 a non partecipare al summit dell’Aquila, gli articoli di Nadia Urbinati, Miriam Mafai e Michela Marzano su Repubblica, l’iniziativa di interpellanza, peraltro poi bloccata, di alcune parlamentari dell’opposizione. Anche le donne, quelle che ogni giorno si districano faticosamente tra lavoro, figli, genitori e mariti, tacciono. Ma cosa c’è dietro il silenzio delle donne? Siamo davvero sicuri che condividano il modello patinato, artificioso e godereccio imposto da anni dalle tv, prima quelle private e poi anche quella pubblica? O che non siano piuttosto i loro mariti, padri, fratelli e figli a compiacersi, nella maggior parte, di questa regressione culturale imposta dall’alto? Tra consenso, disagio e indifferenza, continua a perpetuarsi una manovra accortamente concordata che vorrebbe riportarci indietro di almeno cinquant’anni. Agli anni in cui le donne italiane potevano sperare di affrancarsi solo sposando un benestante o vincendo il concorso di miss Italia! Perché il pericolo è questo: tornare a una condizione di sudditanza dalla quale ci avevano liberato decenni di lotte che avevano portato alla riforma del diritto di famiglia, alla legge sull’aborto, al divorzio, al lavoro fuori casa. “Voi volete ricacciarci indietro!” ci viene da gridare, come Giacomo Matteotti nel momento in cui denunciò i brogli e le violenze fasciste alle elezioni che avevano decretato la vittoria di Mussolini. Perché l’immagine della donna che emerge e si rafforza in tutte queste storie di escort, veline candidate, papi, Noemi, è quella, vecchia e ultradatata, della donna subalterna, che mette ogni sua energia nel ‘farsi bella’ per piacere e poter così aspirare a un qualche posto o carica. Una visione che non solo emargina le donne, ma condanna anche il paese a un’arretratezza sociale e culturale da secondo dopoguerra, ignorando l’apporto che la donna può dare in ogni campo: del sapere, della politica, dell’imprenditoria e dell’economia.
Novara, 2 settembre 2009
Nadia Butini, Daniela Mortarotti e Donatella Stoppani
Sinistra e Libertà NOVARA

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